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Ferla.
Metti una domenica d'Agosto, l'ultima, metti un pomeriggio al mare a Noto, forse l'ultimo; in paese intanto un brulicare assorto si prepara alla festa del Signore Crocefisso nella chiesa di Santa Maria, per i seicento anni dalla fondazione di chiesa e convento. La sera prima crediamo di essere molto intelligenti quando liquidiamo con grande superficialità l'invito di altri amici ad unirsi a loro nella festa del Signore, ci intratteniamo in una dissertazione notturna sulla inutilità di feste più o meno inventate che negli anni hanno persino a nostro dire svuotato le grandi feste della nostra comunità ferlsese e cioè Pasqua e San Sebastiano.
Intanto ci compiacciamo al sole del nostro lido e con la nostra amica vagheggiamo sulla bellezza della nostra terra, ma un nuvolone minaccia all'improvviso la tintarella e i nostri sogni. Siamo costretti anzitempo alla ritirata verso il nostro villaggio, giusto il tempo di un gelato e di un giro tra le bancarelle del lido; ci sollazziamo alla vista di scarponi da neve in supersaldo, quasi facciamo una pazzia ma poi prevale il buon senso e prendiamo mestamente la via del ritorno, pensando ad alta voce che la sfiga ultimamente ci perseguita. Entrando in paese si avverte una frenesia insolita, è la festa del signore ma noi abbiamo detto che non ci saremmo andati, che in fondo la festa era una parata che poco ha a che vedere con la fede. Eppure arrivati a casa velocemente ci togliamo sale e sabbia di dosso e corriamo come sospinti da una fretta nuova verso la chiesa e verso quella festa che quasi con ardore osteggiavamo poche ore prima. La via è correre scomposto di formiche impazzite che si dirigono da ogni dove verso il cibo, esseri invitati ad una cena speciale. Molti e molti ancora salgono verso la chiesa per non perdere l'uscita trionfale, noi la vediamo appena tra le foglie della via garibaldi, il figlio del signore e la sua croce ci danno subito le spalle, davanti e dietro una moltitudine di gente, associazioni, fedeli e autorità, per un attimo scorgiamo persino il Sindaco. E' festa di popolo, è festa e noi siamo già in processione, prima da soli, poi incontriamo l'amica rossa, romana ma con Ferla nel cuore e nel sangue. Si capisce che c'è qualcosa di strano, eppure pare tutto al suo posto, la banda, i fiori, gli ex-voto sulla vara, le candele dei fedeli, invece no, le formiche sono particolarmente attente e radunate partecipano con grande fervore alla festa. La processione è lunga e perimetra il villaggio in senso orario per strade e vicoli in un procedere lento e sommesso tra canti e marce. E' festa grande, c'è la gente delle feste grandi quelle che ci sembravano essere minacciate le sera prima. Verso il quartiere di Castelverde ci emozionano il silenzio di una inferma che da un balcone accenna un saluto al figlio di Dio e il cielo che all'imbrunire ci consegna alla notte. Quasi sembra l'alba di Pasqua quando in un'altra processione che sentiamo molto nostra la madre di Dio cerca il figlio risorto. Ed ecco compiersi un primo prodigio il signore crocefisso entra in punta di piedi nella chiesa madre in un andirivieni di spazi e di vuoti, di emozioni e di suggestioni. La processione riprende e le formiche un poco stordite e sparpagliate si rimettono al seguito per compiere insieme a quel legno un altro pezzo di strada. Ed ecco altri vicoli, fuochi e luci di candele ad accompagnare la processione che ormai è parte di noi. Il cerchio sta per chiudersi e ci meravigliamo come nell'ora della cena tutte quelle formiche camminino da due ore in religioso silenzio senza nessuna esitazione. Finalmente ci siamo, siamo arrivati da dove eravamo partiti, davanti la chiesa si compie un altro prodigio, da due altoparlanti un soffio leggero di parole ci solletica l'anima, è la voce di Giovanni Paolo II che parla prima e intona poi un padrenostro; incrociamo gli occhi lucidi dell'amico che la sera prima ci aveva invitato alla festa. Dopo è un esplodere di botti e di colori, l'applauso sembra concludere una riuscitissima festa ma le formiche piuttosto che andare a casa accompagnano fino all'altare la croce e il signore, sono ancora digiune. Ed ecco il reverendo Fabrizio Pallotti da Borgo San Lorenzo che ci ricorda come siamo solo delle misere e povere formiche e che Gesù ha attraversato molte, tante più strade di quelle percorse nel giorno della sua festa e poi ci fa un augurio forte, francescano potremmo dire, che ognuno di noi possa avere messa in crisi la propria fede. Ecco che le cena diventa succulenta e preziosa, le formiche sono adesso domite. E nella sera di prodigi e di emozioni l'immagine grande di quel Gesù Crocefisso dentro una cornice dorata, premio ambito del sorteggio finale finisce nella mani di una emozionata donna al nono mese di gravidanza, il cerchio si è davvero chiuso.
Michelangelo Giansiracusa
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Articolo del 02 Settembre 2008. |
Risoluzione
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