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FERLA:
E' stata la Pasqua dei record, come ha affermato l'assessore al Turismo,
Vittorio Di Pasquale ed il presidente della Pro loco, Francesco Spagnuolo, con
oltre 10000 presenze ripartite, nell'intero fine settimana, tra nuovi visitatori
ed emigrati rientrati per l'evento.
Di "Pasqua più bella", ha parlato anche il parroco, Don Roberto Carro, durante
la sua omelia mattutina, rivolta anche ad accogliere i visitatori. Ma, al di là
delle affermazioni di rito, resta una realtà che si ripete ogni anno: quella
degli emigranti che tornano dai più lontani luoghi di residenza, affrontando
sacrifici a volte non indifferenti per potere essere testimoni durante il
momento topico della festa, quello dell'incontro ('u scontru) tra il Risorto e
la Madonna.
Domenica erano tutti lì, gli emigranti di Ferla, al di là di una fede religiosa,
che a volte sembra dissolversi in un mondo sempre più dominato da globalizzazione,
comunicazioni, mercati unici, ma nel quale nessun "worid wide web" potrà mai
fornire quelle stesse sensazioni latenti per un anno, eppure pronte ad esplodere
per ciò che sembra "solo" una festa religiosa.
E difatti
meravigliava la presenza anche di persone non credenti in mezzo alla folla. Ciò
ha indotto ad una riflessione ancor più profonda sui contenuti del suggestivo
ciclo di festività ferlesi. Il ritorno alla terra delle proprie origini, non si
ascrive, quindi, solo ad un fatto di estrema importanza come
quello della fede, ma, secondo alcuni "stranieri in patria", andrebbe inquadrato
nella più ampia esigenza inferiore del ritrovare sé stessi, dopo un anno di
"contaminazione" con culture differenti dalla nostra.
Un percorso
che si ripete da centocinquant'anni, che riflette, partendo dal Venerdì Santo,
la sottile ma intensa venatura inferiore di un emigrante per l'essere dovuto
quasi "fuggire" dal paese, in cerca di un lavoro o di condizioni di vita
migliori. Poi, al Sabato, la "sciaccariata", con il suo sapore medievale e con i
suoi odori mai sopiti nella memoria, che con le sue fiaccole poste ad illuminare
il cammino di ognuno di noi, riapre l'uomo alla speranza di strade più
praticabili e sicure.
Ed infine, la domenica, il raggiungimento, anche se per un solo attimo, del-
la capacità di "conoscere sé stessi", in mezzo al frastuono dei fuochi, al caldo
che si fa opprimente, pigiati tra rischi offerti dai due simulacri pesantissimi
che corrono veloci ai primi rintocchi del mezzogiorno, minacciando di deragliare
sulla folla da un momento all'altro.
Dopo tutto questo, la gioia le espressioni degli emigranti tornano ad essere
venate da quella tristezza atavica che impregna da sempre coloro che partono.
RO. RU.
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