Lithos ormai non è più una rassegna musicale, un festival
di musica folk o come cavolo lo volete chiamare. Lithos è diventato
un villaggio dei fumetti, popolato da personaggi mitologici. E però
è reale. Come reale è questa scalinata e come reali sono
le pietre di Lithos.
A vivere in questa atmosfera si finisce per credere che le favole esistono.
Esistono le fate, gli gnomi, i principi azzurri, gli elfi e quant’altro
decenni di celto-centrismo vero o presunto possano farvi immaginare.
Ma le fiabe litholiche sono diverse. Non foss’altro per il fatto
che di celtico c’è poco, e molto di terronico, o di mediterraneo,
sempre come volete voi. Il mondo incantato di Lithos 7 è popolato
da esseri dalle manine piccole e laboriose, come quelle del Pasticciere
Folk. Da supereroi pettoruti, mascelluti e capelluti come Muratorik.
E poi ci sono gli omini blu, con la loro impeccabile divisa a base di
peperoncini. Ci sono esseri mitologici come quelli metà zingari
e metà molisani degli acqua ragia drom. E poi le danzatrici ammaliatrici
omeriche dei Kaiorda…e volendo la lista potrebbe continuare.
L’atmosfera di questa ultima serata di Lithos sia particolare
lo si capisce fin dall’inizio. Sembriamo in un film di Fellini.
Un remake di otto e mezzo, o qualcosa di molto simile. Giusto Fellini
poteva piazzare un carretto siciliano stracolmo di cannoli nel bel mezzo
di una web intervista a base di forbitissime sinergie sociali, volani
economici, sviluppi sistemici e quant’altro un politico contemporaneo
possa sfornare davanti ad un microfono. E se proprio dobbiamo dirla
tutta una certa vicinanza fra il politico e il realismo magico degli
scrittori sudamericani lo dobbiamo cogliere, solo per dovere di cronaca.
Ed in attesa dello sceicco bianco ecco fare la loro comparsa i din delòn:
più che un gruppo un sinonimo onomatopeico di campanello (rubando
la battuta a Muratori). Ma altro che battute. I din delòn sono
gente seria, lombarda. I suonatori continentali sono la finestra aperta
di Lithos sulle sonorità popolari più continentali, con
tutto il loro bagaglio di ballate e cantate lombarde, ma anche toscane,
liguri, piemontesi e di quel luogo mitologico (concedetemi la ridondanza)
che sta “GIU’ NEL NORD”. Cornamuse, pifferi, ghironde,
organetti e poi la voce di Simona Scuri: queste le grandi sinergie dei
din delòn.
Ma la fantasia immaginifica del Federico Fellini Folk che non c’è
non si è ancora esaurita. E ci regala un ultima esalazione di
estraniazione: il marranzano elettrico, il didjeridoo e tutta una lunga
serie di strumenti impronunciabili, ma suonabili, per mano de ipercussonici,
directly from Catania, ouh yeah! Sono gli spaccatori della serata. E
non solo suonano. Ma espandono i confini del folk e arrivano al blues.
Un blues strano. Un blues catanese, marca liotro. Si divincolano fra
sonorità degne del visionarismo dei film di David Linch, e i
temi dell’identità culturale siciliana, e di una cultura
civica che da Pitagora arriva a Placido Rizzotto.
E nello smarrimento di questa ultima serata visionaria la crozza trova
salvamento. Una ciambella di salvataggio che si chiama cannolo di ricotta,
ed una scialuppa di salvataggio chiamata carretto siciliano.
E naufragar m’è dolce in questo mare…
Giancarlo Gentiluomo