Cosa passerà alla storia di questa prima serata di musica nella
settima edizione di Lithos? Non lo sappiamo ancora. Il grumo di emozioni
è ancora forte.
E allora elenchiamole tutte le cose degne di essere impresse indelebilmente
negli ineluttabili annali della storia.
Sicuramente l’offerta gastronomica degli stands. Un unicum di
sapori che dalla lonza, passa alla salsiccia di cinghiale, e approda
(è proprio il caso di dirlo) al ciauru di mari degli spiedini
di pesce. Segnaliamo un cartello un po’ inquietante: “lumache”
e accanto “spiedini di pesce”, e ancora accanto un ottimo
“gaNberoni”. E come non immaginare un tocco da sapiente
gastronomo del direttore artistico dietro queste ardite associazioni
di gusto, sapori…lumache e pesce…wow. Non foss’altro
per quegli strani movimenti del direttore, sasizza alla mano, fra le
pietre di lithos.
Passeranno alla storia i Kaiorda, con tutto il loro carico di fine e
attenta ricerca strumentale e canora. Con i loro bouzuki, i loro aoud,
e i flauti e le mandole e i tamburi a cornice. Ascoltarli significa
viaggiare dal Libano al Salento dei tarantolati, dall’Africa alla
Lucania dei briganti. Evocazioni che passano ANCHE per le mani “kaiorde”
di Michele Piccione, un recidivo di Lithos. E passerà alla storia
anche la danzatrice Linda Mongelli nelle cui coreografie avviene la
trasfigurazione sensoriale del messaggio dei Kaiorda, che da sonoro
si fa visivo. Ed allora sembra di vederli e di seguirli gli infiniti
percorsi sonori del gruppo palermitano.
Ma la storia si sa: è ineluttabile, va sempre avanti, inesorabilmente.
Ed è subito l’ora di fremere per il turno di Carlo Muratori,
dei Nakaira e della loro sommatoria: ovvero Diserti. Muratorik, il super
eroe litholico, se la spassa. Inforcando degli improponibili occhiali
verdi prende in mano la situazione e si appropria del “suo”
pubblico. Infuoca la scalinata dei Cappuccini, sollevando nell’animo
l’umanità che ha sta sacrificando il proprio fondoschiena
sulla balate di pietra nera della scalinata. E ricomincia il viaggio:
dalla Grecia alla Sicilia, dal Peloponneso a Capaci, la musica di Muratorik
e dei Nakaira non conoscono frontiere, e se ne infischiano dei decreti-flusso.
Ma quello che passerà alla storia “senza se e senza ma”
è l’esercito di Lithos. L’organizzazione ne ha contati
una sessantina. E’ la meglio gioventù ferlese, un esercito
con la divisa di Lithos: una maglia blu con i peperoncini in bella vista.
Sono ovunque: montano, smontano, dirigono il traffico, ballano, mangiano,
bevono
E ripensando ai viaggi dei Kaiorda e alle “onde sonore”
dei Nakaira, a questo continuo navigare da un punto all’altro
del Mediterraneo, all’attivismo dell’esercito litholico
un’idea ci assale: ma se al posto dei militari e dei carriarmati,
degli obici e degli elmetti, degli armigeri e dei moschetti, ci fossimo
andati noi a Beirut? E se invece delle democrazia esportassimo semplicemente
Lithos? Una intifada fatta di pietre che suonano, e di suoni che fanno
solo sognare. Uno sbarco senza generali, solo direttori artistici. Una
guerra Santa dove l’unico Santo è l’ing. Pettignano…insomma,
è il caso di dirlo: la crozza ha un sogno, crozza has a dream…
Giancarlo Gentiluomo