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Questa è l’ultima
sera di rumoreggiamenti sulla scalinata dei cappuccini.
E’ l’ultima sera in cui la pietra di
lithos rotola fin qua su, almeno per quest’anno.
E quindi il finale bisogna farlo bene, u scrusciu
a essiri bbono.
Il Padre Eterno, amministratore delegato e azionista
unico di questo universo, decide di rendersi partecipe.
E quale momento migliore per manifestarsi, a mezzo
trono di chiddi colossali, durante il sound check
di Matilde Politi. Sound check abbastanza miserrimo,
francescanamente parlando, dato che la giovane matilde
appresso c’ha solo una chitarra.
Ma l’organizzazione Lithos certo non indietreggia
davanti un paio di sgangherate saette. E si va avanti,
fiduciosi che Muratorik sappia come allontanare
il maltempo. E così è.
La scalinata si riempie regolarmente, l’epifenomeno
meteorologico è domato, è ora di suonare.
Breve ribalta per mario piccione, il picciotto che
ha curato il laboratorio di tamburi in cornice,
assieme ai suoi alunni neo-shick-alternativ.
Matilde Politi è pronta, ai margini del palco,
le offro la seggiola, ma deve andare, muratorik
la chiama sul palco.
Michelangelo, che aveva intervistato la pulzella
palermitana un quarto d’ora prima del concerto,
mi aveva avvertito: “questa farà strada…e
poi ha una voce così seducente…”
Escludendo una disfunzione ormonale del buon Giansiracusa,
mi appropinquavo all’ascolto della Politi
con grande curiosità.
Semplice, accompagnata solo dalla sua chitarra e
dalla sua voce. E’ brava, tanto brava. La
sua voce abbraccia dolcemente il pubblico, lo coccola,
lo addolcisce. E alla fine quella ragazza che sta
lì a cantare le serenate di sdegno, o le
storie dei briganti di inizio secolo, è come
se la conoscessi da sempre. E quando smette di cantare
è come se avessero smesso il più rilassante
di tutti i massaggi sulle nostra schiene. Massaggi
dell’anima, o messaggi dell’anima, chi
lo sa…altre convergenze semiotiche..lithosiane,
o litholiche.
Va via Matilde, finisce la sua serata. E’
il momento di Daniele Sepe. Da dove sia venuto fuori
non si sa.Ha un gruppo di pazzi furiosi, tutti terroni
dentro, compresa la cantante svedese.
Se matilde politi era la delicatezza fatta canto,
deniele sepe ha l’irruenza della lotta sociale.
E’ maggio parigino, è metalmeccanico
in scadenza di contratto, è neoproletariato
oppresso dai neocapitalisti o dai veterocapitalismi.
I ritmi sono decisi, incessanti, come la rabbia
infinita di chi soffre per contratto, e si sente
pure fortunata perché un contratto ce l’ha.
Ma sepe è fine jazzista e i suoi panegirici
migliori li fa col suo sassofono, elegante, suadente
e poi incazzato.
Ma questa è l’ultima sera, e l’habitat
della radio si fa particolare. Non dobbiamo dimenticare
che sempre a Ferla siamo, patria di Franco 004Danuele,
pasticciere folk. E fra una Politi francescana e
un Sepe incazzato compaiono sui nostri tavoli due
guantiere di pasticcini e cannoli. E siccome siamo
all’ultimo atto di vitti una crozza, ecco
trovato un ottimo modo per sopprimerla. Un cannolo,
una dolce morte. Titolo dei giornali di domani:
crozza muore per eutanasia, indagato pasticciere.Ines,
volim te puno
Di Giancarlo Gentiluomo Ferla 4 Settembre
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