E’ cominciato.
I microfoni di lithos si sono accesi, e la voce
del suo creatore Muratori ne ha sancito la partenza.
La scalinata del monastero dei Cappuccini, che fino
alle nove era malinconicamente vuota, nel giro di
una mezz’oretta scarsa s’è riempita.
Interessante assistere al lento fluire degli spettatori
sui gradoni. Prima gli anziani, con le sedie da
casa, a scartarsi i posti migliori. Poi qualche
famigliola, con prole al seguito, tanto da abbassare
teneramente l’età media della scalinata.
Poi tutto il resto della variegata umanità
che compone il pubblico di lithos. Tutti in attesa
di mario incudine, lamentandosi un po’ degli
scaloni di pietra lavica, bellamente duri per i
fondoschiena intervenuti.
Ma d’altronde la rassegna lithos si chiama,
mica scottex.
A prendere la parola, prima del concerto di mario
incudine, è carlo muratori in panza e presenza.
Il suo minuto di silenzio in favore dei poveri disgraziati
di new orleans ci riporta tutti alla realtà.
Specie per chi, addetti ai lavori, da un paio di
giorni ha in mente solo lithos, e a vedere le immagini
della cnn sembra di confonderle con qualche colossal
catastrofista, di quelli che gli americani sanno
fare bene.
Mario Incudine e il suo gruppo si presentano sul
palco con delle casacche arancio davvero simpatiche
che suggeriscono stimoli diacronici. Si, si, diacronici.
All’inizio del concerto mi fecero l’impressione
dei monaci are krisna, alla fine del concerto la
sensazione legata all’arancione delle casacche
mutava in direzione operai anas. Su tutte la battuta
di Muratori, rivolta a Mario Incudine e al suo cappello
di velluto spesso: sembra uno dei coprisedili di
certe pande.
E poi tocca Incudine e i suoi compari cominciano.
Coinvolgenti, evocativi, allegri ma mai banali.
Di una allegria consapevole, che trasuda razionalità,
ma razionalità non fredda, arancione quasi
(a voler dare un colore alla razionalità
non fredda).
E poi Mario Incudine ha la faccia di uno che sa
quello che fa. E la versione siciliana di Boccadirosa,
lasciatemelo dire, vale da solo la fatica degli
organizzatori. Per intenderci l’omino Incudine
ha preso boccadirosa e ha tradotto il testo in siciliano.
Coinvolgente il gruppo nell’esecuzione del
pezzo. Coinvolgente lui nell’inventare una
esecuzione a metà strada fra la recitazione
e il canto, fra la drammaturgia e la melodia.
E la scalinata che si scalda sempre di più,
anche grazie al percussionista di Incudine, che
in una trance percussoria si toglie una ciabatta
e suona con quella.
Michelangelo reclutandomi per questo spazio mi disse
che c’era bisogna di uno che andasse a constatare
anche tutto quello che non funzionava, nella macchina
di lithos. Ma anche sforzandomi non ci sono riuscito.
Vale la pena a riguardo citare la battuta di santo
pettignano che, panino alla mano, funcia sporca
di maionese e sasizza, dice “è una
organizzazione superiore alla manifestazione.”
Per ora mi sembra di dargli ragione. Per ora.
Giancarlo Gentiluomo
Ferla 2 Settembre 2005 |