Lithos 2005 sesta rassegna nazionale di musica popolare, acustica e contemporanea
 
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Vitta ‘na crozza – Atto Primo
E’ cominciato.
I microfoni di lithos si sono accesi, e la voce del suo creatore Muratori ne ha sancito la partenza.
La scalinata del monastero dei Cappuccini, che fino alle nove era malinconicamente vuota, nel giro di una mezz’oretta scarsa s’è riempita.
Interessante assistere al lento fluire degli spettatori sui gradoni. Prima gli anziani, con le sedie da casa, a scartarsi i posti migliori. Poi qualche famigliola, con prole al seguito, tanto da abbassare teneramente l’età media della scalinata. Poi tutto il resto della variegata umanità che compone il pubblico di lithos. Tutti in attesa di mario incudine, lamentandosi un po’ degli scaloni di pietra lavica, bellamente duri per i fondoschiena intervenuti.
Ma d’altronde la rassegna lithos si chiama, mica scottex.
A prendere la parola, prima del concerto di mario incudine, è carlo muratori in panza e presenza. Il suo minuto di silenzio in favore dei poveri disgraziati di new orleans ci riporta tutti alla realtà. Specie per chi, addetti ai lavori, da un paio di giorni ha in mente solo lithos, e a vedere le immagini della cnn sembra di confonderle con qualche colossal catastrofista, di quelli che gli americani sanno fare bene.
Mario Incudine e il suo gruppo si presentano sul palco con delle casacche arancio davvero simpatiche che suggeriscono stimoli diacronici. Si, si, diacronici.
All’inizio del concerto mi fecero l’impressione dei monaci are krisna, alla fine del concerto la sensazione legata all’arancione delle casacche mutava in direzione operai anas. Su tutte la battuta di Muratori, rivolta a Mario Incudine e al suo cappello di velluto spesso: sembra uno dei coprisedili di certe pande.
E poi tocca Incudine e i suoi compari cominciano. Coinvolgenti, evocativi, allegri ma mai banali. Di una allegria consapevole, che trasuda razionalità, ma razionalità non fredda, arancione quasi (a voler dare un colore alla razionalità non fredda).
E poi Mario Incudine ha la faccia di uno che sa quello che fa. E la versione siciliana di Boccadirosa, lasciatemelo dire, vale da solo la fatica degli organizzatori. Per intenderci l’omino Incudine ha preso boccadirosa e ha tradotto il testo in siciliano. Coinvolgente il gruppo nell’esecuzione del pezzo. Coinvolgente lui nell’inventare una esecuzione a metà strada fra la recitazione e il canto, fra la drammaturgia e la melodia.
E la scalinata che si scalda sempre di più, anche grazie al percussionista di Incudine, che in una trance percussoria si toglie una ciabatta e suona con quella.
Michelangelo reclutandomi per questo spazio mi disse che c’era bisogna di uno che andasse a constatare anche tutto quello che non funzionava, nella macchina di lithos. Ma anche sforzandomi non ci sono riuscito. Vale la pena a riguardo citare la battuta di santo pettignano che, panino alla mano, funcia sporca di maionese e sasizza, dice “è una organizzazione superiore alla manifestazione.” Per ora mi sembra di dargli ragione. Per ora.

Giancarlo Gentiluomo
Ferla 2 Settembre 2005